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Matthew Michael Carnahan racconta Mosul a Venezia 76: grazie ai fratelli Russo sono diventato regista

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Matthew Michael Carnahan era uno sceneggiatore di successo prima che un articolo del The New York Times e i fratelli Russo lo trasformassero in un regista: l'intervista da Venezia 76.

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È un'assolata giornata di settembre al Lido e Matthew Michael Carnahan si sta sottoponendo al rito delle interviste. A pochi metri da lui siedono i fratelli Russo, i registi che quest'anno con Avengers: Endgame hanno infranto ogni record d'incasso. Colleghi in writing room ma anche amici, i Russo hanno giocato un ruolo fondamentale per portare lo sceneggiatore di World War Z e The Kingdom qui al Lido, nella poltrocina bianca a pochi metri dalla mia, pronto a raccontare la genesi di uno dei film più dirompenti fuori dal concorso. Si intitola Mosul ed è un grande film dal fronte, realistico e privo di retorica. 

Tutto comincia con un lungo articolo apparso su New York Times. La storia è quella di una squadra di SWAT iracheni che sta ripulendo la città di Mosul dalle milizie dell'ISIS. Non fanno altro da mesi, anni, tanto che quando i membri del commando vengono catturati l'ISIS ha stabilito di giustiziarli seduta stante, senza offrire loro la possibilità di convertirsi al Califfato. All'ISIS fa paura questo piccolo gruppo di uomini, che ha ucciso così tante delle loro milizie da essere divenuto un simbolo.

Matthew Michael Carnahan sul set di MosulHDAGBO
Il regista Matthew Michael Carnahan racconta il lavoro sul set di Mosul

Matthew Michael Carnahan legge questo lungo reportage, si commuove, un po' si arrabbia per come abbia scoperto solo ora e solo per caso la storia di questo gruppo di eroi in una nazione con cui il suo Paese è stato in guerra per buona parte degli ultimi 40 anni. Il telefono è lì, il numero dei Russo ce l'ha. Li chiama, gira loro l'articolo e chiede di poter scrivere ma soprattutto dirigere questa storia. A colpirlo è stato più di tutto il discrimine che unisce i membri del team: 

Ovviamente è richiesta la conoscenza delle armi da fuoco e di come ci si comporta sul campo di battaglia. Si può entrare in questo corpo scelto e autoproclamato solo a condizione di aver subito un lutto a causa dell'ISIS o di essere stati feriti dallo stesso: mi ha molto colpito che a unirli sia il dolore comune. 

Da lì in poi le cose vanno davvero veloci: Agbo, la neonata casa di produzione dei Russo, comincia a lavorare alla realizzazione del progetto. I Russo si dimostrano sinceramente interessati alla storia e per nulla spaventati dalle difficoltà logistiche. Anzi, sono loro a insistere affinché l'intero film venga girato in arabo, evitando di arruolare star americane e facendo casting in mezzo mondo. Quello che conta è la storia: 

Ci piace molto vedere che le nostre storie da registi sono conosciute in tutto il mondo, appassionano i giovani. La missione di Agbo è portare quel tipo di pubblico in realtà come quella dell'Iraq, raccontare al pubblico globale una storia legata a un luogo con la stessa passione di sempre. 

Girare in Iraq è però impossibile: Mosul è distrutta e ottenere un visto per Baghdad richiede mesi: per un civile statunitense come Matthew Michael Carnahan nulla è certo nell'esito della richiesta. Qui entra in gioco il produttore Mohamed Al-Daradji, che lavora alacremente affinché gli attori imparino il dialetto iracheno scelto per la pellicola e per trovare una casa alla stessa. La scelta ricade sul Marocco e a Marrakech sorge la nuova Mosul, molto rapidamente e il più realisticamente possibile.

I fratelli Russo sul red carpet venezianoHDBiennale di Venezia
I produttori di Mosul

Chiedo al regista quanto ci sia di vero nella stessa: 

Ogni volta che si vede la linea dell'orizzonte, quello è green screen. L'abbiamo usato in molti passaggi, per esempio l'apertura iniziale con la carrellata sulla città. Per il resto però è tutta ricostruzione. Mi riempie di orgoglio il fatto che alcuni iracheni siano caduti nell'inganno e abbiano creduto che avessimo girato davvero nella loro città. 

Di Mosul, un esordio alla regia convincente e un impressionante film dal fronte, sentirete di certo parlare molto e bene nei mesi a venire. Quando lo saluto, chiedo a Matthew Michael Carnahan se risentiremo parlare di lui anche come regista o se tornerà a fare lo sceneggiatore a tempo pieno. 

Credo di sì. Al momento non ho ancora un'idea e sicuramente continuerò a scrivere sceneggiature, ma conto in futuro di tornare dietro la cinepresa, non appena troverò un'idea all'altezza di questa. Per il momento mi godo il successo di Mosul.

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