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Le avventure di una (extra) vergine: sesso e cibo

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Sesso e cibo: l'accoppiata potrebbe sembrare scontata, ma con Dafne niente è come sembra.

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Giorni fa stavo facendo pausa pranzo con Violante, la food blogger di Audrey, una ragazza che ama mangiare tanto quanto spettegolare e per questo mi è simpatica. Come le altre mie amiche, si è investita della missione di farmi perdere la verginità e così mi racconta le sue esperienze sessuali più strane allo scopo di darmi il buon esempio.

In realtà più ne sento, meno mi ispirano, ma non glielo dico perché sono troppo divertenti.

Quel giorno era un “giovedì sushi” (sapevate forse “giovedì gnocchi”? Siamo a Milano, cocchi) e lei, ingozzandosi di nigiri e di maki rolls come se non ci fosse un domani, con aria soddisfatta mi ha confidato di aver sperimentato una serata di cibo e sesso. “In che senso?” le ho chiesto io. “Mi sono fatta trovare a casa mia, ricoperta di sushi, e Ciro (uno dei suoi numerosi filarini) ha dovuto mangiarlo tutto prima di gustarsi me”.

Wow. Per la prima volta, sento qualcosa che mi interessa parecchio…

“Dovresti provare anche tu, tesoro mi ha incitata.

“Puoi partire dalla banale panna montata o, perché no, darti o dare un brivido freddo con il gelato”.

La sua mente era febbricitante di idee e abbiamo passato il resto del pranzo a vagliare le possibili alternative culinarie.

Mi ha convinta, così mi collego su Tinder e contatto uno dei ragazzi con cui parlo più spesso: si chiama Andrea, fa l’avvocato di impresa, occhi verdi, faccia pulita e maniere semplici e cordiali. Gli propongo questa cosa e lui accetta con entusiasmo. Vado io da lui, ci siamo già incontrati un paio di volte e ho appurato che non è un pericoloso serial killer. Mi accoglie avvolto in un morbido accappatoio di spugna e mi chiede di lasciargli carta bianca perché ha avuto un’idea geniale.

Di solito quando una persona esordisce così non va mai a finire bene, forse questa però sarà l’eccezione che conferma la regola?

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“Ci ho pensato tutta la notte, ti piacerà tantissimo” afferma convinto, “inizieremo dal fare il bagno nella mia bellissima Jacuzzi” propone.

Non suona male per niente. Che sia stata inutilmente sospettosa? Sembra ben intenzionato, poverino.

“Dopo esserci rilassati, passeremo alla parte cibo ma non ti dico niente adesso perché deve essere una sorpresa”.

Si riaffaccia quel campanello di allarme ma scelgo di ignorarlo: che può succedere di così terribile? Dopo tutto, si tratta solo di un bagno e di un’allegra mangiata.

Entriamo nella vasca e devo ammettere che si sta benissimo: la temperatura dell’acqua è perfetta, le bollicine sono profumatissime e mi nascondono il giusto, le candele fanno atmosfera. Mi sto giusto rilassando pregustandomi il dopo, che immagino consistere in fragole e champagne, o in gelato artigianale, o in spaghetti al tartufo (un piatto di pasta non si rifiuta mai a nessuno), ed ecco che lui, con uno scintillio di eccitazione negli occhi, svela l’arcano: “facciamo che mi bendi, mi leghi al rubinetto della vasca e mi dai da mangiare una carota”.

Una carota?

“Mi raccomando: sbucciala prima eh” precisa lui.

Una carota. Cioè io devo bendare e legare sto tizio per poi dargli da mangiare una carota? Ma che film è? Ma che senso ha? Lo sapevo, lo sapevo che non dovevo fidarmi!

Ormai però mi sembra brutto rifiutare, così esco dalla vasca, mi infilo un altro morbidissmo accappatoio (almeno non lesina sui comfort) e mi dirigo in cucina, dove trovo una carota in bella vista, avvolta in un nastrino a cui è stato legato un biglietto con scritto “pelami”.

Inizio a sentirmi come una specie di Alice, salvo che questo non mi sembra affatto il paese delle meraviglie…

Sbuccio la carota, torno al bagno, bendo il contentissimo Andrea con una mascherina da riposo, lo lego con la cintura del suo accappatoio al rubinetto della vasca e, seduta sul bordo, inizio piano piano a somministrargli la carota. Chomp chomp, mastica lui al colmo della felicità come un inquietante coniglietto. Finito l’ortaggio, mi chiede di slegarlo perché è eccitatissimo e non vede l’ora di fare sesso con me.

Lo so che non è carino, ma scappo a gambe levate lasciandolo lì nella vasca legato e bendato. Almeno è sazio. E poi non gli ci vorrà molto a sciogliere quei nodi laschi che ho fatto.

Non so se avrò il coraggio di raccontare a Violante quello che è successo. Io ce l’ho messa tutta, ma sembra che sia una calamita per tipi assurdi. Mentre mi tormento fra mille dubbi, mi assale un’unica certezza: non mangerò più carote crude per molto, molto tempo.

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