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Gemini Man, la recensione: Ang Lee e Will Smith esplorano la nuova frontiera del cinema

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Will Smith e Ang Lee sono gli artefici di un film action che esplora la frontiera più estrema della tecnologia cinematografica odierna: il risultato però lascia molti interrogativi dietro di sé. La recensione di Gemini Man.

Will Smith e Mary Elizabeth Winstead 20th Century Fox

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C'è un cosa, c'è un come, c'è un quando e un perché dietro a un'operazione come Gemini Man e le risposte a questi quesiti sono così diverse che a conti fatti è difficile tirare le somme e dare un giudizio sul nuovo film di Ang Lee. Non è la prima volta che il regista di I segreti di Brokeback Mountain e Vita di Pi sperimenta con lo stato dell'arte tecnologico in un suo film, anzi: già nel suo precedente Billy Lynn: Un giorno da eroe (rivelatosi un flop al botteghino) il regista aveva utilizzato tecniche all'avanguardia nella resa stilistica dell'immagine. Gemini Man però non è sperimentale: è pura frontiera cinematografica, un'autentica sbirciata in quello che potrebbe essere il domani dell'universo filmico.

La tecnologica su cui si basa che ha fatto più parlare di sé è quella che ha permesso di ricostruire digitalmente il viso di Will Smith ringiovanendolo fino a farlo sembrare un ragazzino. La tecnica di base - sviluppata in casa Paramount - è quella utilizzata negli ultimi decenni da Hollywood per creare mostri e creature fantastiche a immagine e somiglianza degli attori che li interpretano. Rivelatori di posizione applicati sul volto, tutine ipertecnologiche di cui le telecamere rilevano i movimenti, green screen per poi realizzare una creatura ricreata da zero a computer ma modellata sui movimenti, sul volto e sulle espressioni dei protagonisti in carne e ossa sul set. Andy Serkis è diventato leggendario grazie ai suoi numerosi ruoli "digitali", Peter Jackson è stato un grande sperimentatore e precursore in questo senso, seguito poi a ruota da Tim Burton e decine di altri colleghi. 

Will Smith ringiovanito in Gemini ManHD20th Century Fox
Will Smith viene ringiovanito con un livello di realismo straordinario in Gemini Man

Gemini Man parte dallo stesso punto di partenza, ma giunge a un risultato così strabiliante a essere sconcertante: l'occhio umano non riesce quasi mai a capire quale dei due Will Smith sia quello vero e quale sia ricreato a computer. Il livello di dettaglio è stupefacente, così come il realismo dei movimenti e dei volumi nel ricreare le più minime espressioni facciali. Per arrivare a questo risultato gioca un ruolo non indifferente la tecnica con cui è stato girato il film: 120 fotogrammi al secondo (contro i 24 di un film canonico), il tutto ad alta definizione 4K 3D. Ricordate la tecnica particolare con cui venne girato il trio di film di Lo Hobbit, con quel suo bizzarro "effetto telenovela"? Ecco, Gemini Man è girato con quella stessa tecnica che aumenta il numero di fotogrammi compressi in un singolo secondo, arrivando a un effetto sbalorditivo. È difficile descrivere a parole la sensazione che dà vedere questo film. Di certo se quello di Peter Jackson con Lo Hobbit era parso un azzardo dai risultati discutibili, stavolta si capisce perché a Hollywood stiano spendendo tempo e soldi in questa direzione. 

Siamo così proiettati nel futuro che di fatto nessuno vedrà Gemini Man così come originariamente inteso dal suo regista. Non esiste sala cinematografica negli Stati Uniti che possa supportare una tecnologia simile, mentre sono una mezza dozzina quelle che implementano i 120 fotogrammi al secondo e il 3D, ma si fermano al 2K. La situazione è ancor più difficile in Italia, storicamente molto in ritardo nell'aggiornamento tecnologico delle proprie sale cinematografiche. In molte zone del paese persino un semplice 4K è un miraggio, per cui quella che vedrete sarà una versione limitata del film, per quanto il distributore si stia sforzando di sostenere le sale che possono supportare almeno parte delle tecnologie richieste. 

Will Smith telefona da una terrazza HD20th Century Fox
I protagonisti di Gemini Man ci fanno dubitare di tutto il resto intorno a loro: cosa è vero e cosa no?

Questi sono il cosa e il come. Il quando è di certo una scommessa vinta: Peter Jackson ha tentato forse troppo in anticipo la mossa dell'implementazione del numero elevato di FPS (frame per second, fotogrammi al secondo), mentre Ang Lee riesce a integrare il maniera molto più coerente e convincente la tecnologia dentro un action dal gusto fantascientifico. Rimane sospeso a mezz'aria il perché. Di fronte a una tecnologia del genere gli interrogativi sono tantissimi, persino di natura morale. Il primo è ovviamente: abbiamo davvero bisogno di questa tecnica? Il suo impiego è così mimetico che non è difficile immaginare un futuro in cui un attore potrà essere eternamente giovane o farsi interpretare da un collega (un ghost actor) più bravo senza che nessuno lo sappia. Non parliamo poi del dilemma etico che si affaccia subito dopo: quanto attenderanno le major prima di proporre film in cui far rivivere attori o celebrità ormai scomparse? Come gestire i diritti d'immagine, la privacy e la volontà di chi non c'è più? 

Sembrano domande fantascientifiche, ma Gemini Man dimostra che sono questioni già sul tavolo, anzi, forse già sullo schermo senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Nell'ultimo anno circa mi è capitato più di una volta di dubitare dei miei occhi, vedendo attori notevolmente più piacenti e giovanili su schermo della loro resa al naturale ai festival o alle interviste a cui ero presente. Il cambiamento era di un livello che nessun trucco o luce cinematografica avrebbe consentito di ottenere. È l'altra faccia del deep fake. Questa tecnologia sviluppata da Paramount non è quasi più percepibile all'occhio umano, nemmeno al più attento e professionale. Il punto è: abbiamo davvero bisogno di questa tecnologia? Cosa può regalare al cinema che oggi non sia realizzabile? Verrà utilizzata alla luce del sole o per ritocchi volti a ingannare il nostro occhio, le nostre convinzioni e il nostro portafoglio? 

Will Smith in motoHD20th Century Fox
Gemini Man si diverte a testare i limiti tecnologici con una serie di elaborate sequenze action

La risposta per il momento rimane sospesa. Certo Gemini Man mette in luce in maniera impietosa come il problema di Hollywood sia un altro: non la tecnologia, bensì le storie. Non vi ho parlato della trama del film? Il motivo è semplice: sta tutta lì, in Will Smith cecchino che va in pensione e si ritrova di fronte il suo clone più giovane, mandato ad ucciderlo. Lo sviluppo narrativo del film è così elementare che partendo da qui potrete dedurre senza sforzo lo svolgimento, il finale del film e gran parte dei dialoghi, scritti con il pilota automatico. Sembra quasi una demo volta a testare una tecnologia, più che una pellicola vera e propria. 

Gemini Man è nei cinema italiani dal 10 ottobre 2019

Voto5,5/10

Dal punto di vista tecnico il nuovo action di Ang Lee è di certo stupefacente, ma ruota intorno a una storia così flebile e piegata alle esigenze tecnologiche da risultare davvero incolore.

Elisa Giudici

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